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Quando sarò qualcuno in Nba mi darò all' NFL

Il fisico non gli manca, un po' sovrappeso, ma si può fare. La testa neppure. Glen Davis, uno dei tanti infortunati di questo inizio stagione, centro-ala molto bassa ma con tanta tenacia dei Boston Celtics, ha affermato che quando sarà un All-Star in Nba, quando sarà un grande giocatore di basket, bé, allora potrà provare a darsi alla NFL.

E' un suo sogno.
Rimane il dubbio che questo sogno sia destinato a rimanere tale, comunque, in bocca al lupo Glen!

Celtics, cosa accadrà nei prossimi anni?

Qualche post più addietro si parlava di due grandi giocatori che (forse) quest'anno riusciremo a vedere per tutta la stagione, si spera al meglio della loro condizione fisica: T-Mac e Agent 0.

Ieri è tornato anche un'altro giocatorino di qualche conto, ovvero Kevin Garnett. La scorsa stagione per via di un serio infortunio al ginocchio era stato costretto (e costretto è la parola giusta per uno come lui) a vedere le ultime 25 partite di regular e gli interi playoff dalla panchina o dalla tribuna. E' tornato in preseason nella gara contro i Knicks, e, per quel che può valere una gara di preseason, ha fatto vedere già delle belle cose contando che dovrà recuperare la piena forma in modo diverso dagli altri: 10 punti e 8 rimbalzi in 22 minuti non sono comunque da buttare. A 33 anni recuperare da brutti infortuni non è facile, ma The Big Ticket può.

A proposito di anni, se facciamo i conti in casa Celtics, si scorge però un piccolo problemino: l'età media non è altissima, anzi è forse quella migliore (27 anni e mezzo circa); ma il problema è che le colonne portanti della squadra sono tutte sopra i trent'anni ad esclusione di Rajon Rondo. Ray Allen ha 34 anni, 33 Garnett, 32 Paul Pierce, 35 Rasheed Wallace. Tutti giocatori con un immenso talento, è verissimo. Ma l'Nba è un campionato molto fisico, e la tecnica spesso da sola non è sufficiente, o almeno non lo è durante un'intera partita. Vero che tutti questi giocatori hanno alle spalle giocatori molto fisici (Perkins, lo stesso Rondo, Tony Allen), e infatti, a mio avviso il problema non è per quest'anno, tutt'altro. Mi sembrano uno dei migliori roster in circolazione come miscuglio fra quantità e qualità (purché rimangano tutti sani).
Ma i problemi sorgeranno già dall'anno prossimo: Ray Allen ha già dimostrato di non essere più al top, Sheed garantirà sempre meno minuti, Paul Pierce e Garnett forse sono gli unici a poter dare ancora qualcosina ma hanno entrambi superato i loro anni migliori in quanto a forma fisica (non vuol dire che non possano giocare almeno un altro paio di stagioni a livelli stratosferici).
La tattica dei Celtics è stata chiara: provare a vincere tutto e subito. Gli acquisti in contemporanea di He Got Game e KG erano un chiaro segnale in questa direzione, dopo anni passati a sperimentare giovani di vario livello e a cadere anche molto in basso. L'arrivo di Sheed è un'altra chiara mossa in tal senso. E non è detto che sia sbagliata. La fece anche Miami con l'arrivo di Shaq, in parte l'ha fatta anche Cleveland (sempre con Shaq) quest'anno. Qualità e esperienza in cambio di vittorie.
Dal mio punto di vista è una politica che può essere corretta. In Nba non esistono premi consolatori, coppe varie come in Eurolega o nel calcio. Esiste solo una cosa che conta ed è l'anello dei campioni. Provare a vincerlo è l'unico scopo e se ci sono squadre che fanno di necessità virtù, provando a partire dal basso, coi giovani (come Portland, Atlanta, Orlando e forse Charlotte), cercando di inventarsi un sistema in grado di crescere sempre più a ogni stagione, c'è anche chi ha la possibilità di spendere e provare a giocarsi il tutto per tutto subito prendendo giocatori con molta esperienza, vincenti, anche se con pochi anni ancora danti (in senso sportivo ovviamente). Ognuno sceglie quale strada percorrere, ma la seconda ha un brutto effetto collaterale: si è costretti a ricominciare da capo abbastanza in fretta, quando quei vecchietti vincenti non ce la fanno più e non hanno neppure un gran valore di mercato per poter essere scambiati con un certo guadagno. Bisogna riorganizzare tutto, puntare necessariamente sui giovani, rifondare. Se si è vinto lo si fa a cuor leggero, se non si è vinto lo si fa sapendo di aver fallito. I Celtics, secondo me, si troveranno nella situazione di chi ha vinto (e forse vincerà ancora), e i tifosi dovranno solo sperare di non dover aspettare altri 20 anni prima di rivedere la propria squadra infilarsi l'anello.

Bowen tra Cavs e Celtics

Dice bene hoopsworld, Cavs o Celtics ringrazieranno i Bucks per il regalo: rilasciare Bruce Bowen non può essere altro che un regalo per una squadra che ha in mente l'anello.
Questa settimana Bowen scioglierà i suoi dubbi e deciderà Cleveland o Boston (che nel mentre ha congelato Marquis Daniels).

Sheed ai Celtics, Kidd rimane ai Mavs

I Boston Celtics aggiungeranno, come vi avevamo preannunciato, un giocatore importantissimo al loro roster: Rasheed Wallace infatti lascerà Detroit per vestire la maglia verde insieme a Kevin Garnett, Ray Allen e Paul Pierce formando un quartetto delle meraviglie, non più giovanissimo, ma sicuramente ancora buono per qualche anno.

Un altro veterano, Jason Kidd, ha invece scelto di rimanere nella sua squadra di appartenenza, ovvero i Dallas Mavericks, coi quali ha raggiunto un accordo verbale per 3 anni.
Niente play delle meraviglie per i Knicks dunque, ma questa mossa permetterebbe di avere molto spazio per preparare l'assalto a LeBron o a Wade l'estate prossima.

Sheed vicino ai Celtics

I Boston Celtics hanno fatto un'offerta importante a Rasheed Wallace, free agent dei Pistons, proponendo due anni di contratto.
Sheed pare sia stato piuttosto ricettivo, forse convinto dalle chiacchierate fatte coi big three di Boston, Kevin Garnett, Ray Allen e Paul Pierce, che pare si siano mossi per portare a casa uno dei big man più forti nel mercato free agent.
Se tutto dovesse andare in porto i Celtics si ritroverebbero con una coppia di lunghi stratosferica, che se da un lato dovrà fare un po' di conti con l'età (ma Perkins per Sheed sarebbe un bel cambio), dall'altro sarebbe una delle più talentuose e dinamica di tutta la Lega.
Siamo vicinissimi all' "affare fatto".

Ecco gli ultimi arrivati

Ci sono volute due gare 7 per decidere le ultime due squadre delle finali di Conference. Ci sono voluti due dominii: il primo, cronologicamente, dei Lakers sui Rockets e il secondo dei Magic sui Celtics. 

Vittorie non troppo difficili per entrambe che hanno dato quasi 20 punti di margine agli avversari. Bene i Lakers che hanno giocato da dominatori della Western Conference non concedendo niente ai Rockets e partendo subito in quarta mettendo canestri su canestri. Eroe della serata Pau Gasol con 21 punti e 18 rimbalzi, e non è la prima volta in questi playoff che i Lakers vincono bene con lo spagnolo che gioca alla grande e con Kobe relegato a comprimario (14 punti). 
Nell'altra gara l'eroe è Hedo Turkoglu (25 punti+12 assist), che si conferma giocatore da momenti decisivi. Dwight Howard gioca comunque una signora partita (12+16 e  5 stoppate) e fa finalmente sentire la sua presenza al di là dei tiri presi o non presi. 
Agli sconfitti spetta comunque una menzione d'onore. Partiamo coi Rockets che hanno degnamente affrontato la serie anche quando il loro miglior giocatore (Yao) è finito di nuovo nel baratro degli infortuni, dimostrandosi squadra con basi più che solide per sperare in un'anello a breve, magari con l'aggiunta di una super star stabile mentalmente.
Ancora più onore spetta ai Celtics, campioni uscenti, sconfitti soprattutto per via degli infortuni (su tutti: Garnett). Non so se, come ha detto Paul Pierce, al completo sarebbero stati di nuovo da titolo; probabilmente sarebbero stati almeno da finale di Conference. Alla seconda gara 7 (e 7 overtime nel bellissimo primo turno con Chicago) gli è mancato il fiato e si è visto. A detta di molti, ci hanno regalato una delle più belle serie di playoff di sempre, quella contro i Bulls: i Celtics lasciano sempre il segno, anche non vincono l'anello. Onore a loro.

Not in my house!!! Sarà vero?

Lo so, appena si legge questa frase la prima immagine che viene in mente è il grande Dikembe Mutombo Mpolondo Mukumba Jean-Jacques Wamutombo che fa segno di no col dito dopo una delle sue indimenticabili stoppate. Ma io invece volevo riflettere sull'importanza del fattore campo in vista delle prossime partite di questi playoff.
É opinione comune che giocare tra le mura casalinghe dia un vantaggio. Impossibile non negare il fatto che diversi fattori diano una spinta in più: il pubblico, il fatto di giocare tutti i giorni su quel campo, l'orgoglio di non farsi battere in casa, ecc... e se guardiamo le statistiche di certe squadre (impressionante la striscia dei Cavaliers in regular season) diventa ovvio dare per favorite Lakers e Celtics al passaggio del turno.
Detto questo la serie tra Lakers e Rockets si deciderà allo Staples Center di Los Angeles. Questo campo è noto a tutti per essere il meno “caldo” di tutta la lega e infatti abbiamo visto come in gara uno Houston è riuscita a imporsi nonostante giocasse in trasferta. Gli altri due incontri giocati nella città degli angeli son da considerarsi anomali per quanto riguarda l'influenza del fattore campo. Entrambi sono stati la risposta a situazioni “imbarazzanti”: perdere il primo match in casa ed essere asfaltati al Toyota Center. In questi casi è sicuramente più forte l'impatto emotivo dei due “schock” di qualsiasi altro fattore in gioco e a mio parere i Lakers avrebbero vinto le due partite anche se si fossero disputati in trasferta. Per questi motivi ritengo che in questa serie il fatto di giocare a Los Angeles l'ultimo match non dia un vantaggio determinante come invece lo può dare nella serie tra Celtics e Magic.
Giocare a Boston darà sicuramente un contributo in più alla prestazione di Pirce e compagni. Soprattutto in considerazione di come sta influendo l'emotività in questa squadra. Ormai non si fa altro che parlare del “cuore” che stanno mettendo in campo i Celtics, e giocare difronte al pubblico amico è un valore aggiunto a questa forza che ha tenuto a galla Boston finora. Difficile valutare se anche in questo caso sarà sufficiente a sopperire ai limiti (infortuni) della squadra di quest'anno. Se Howard e compagni ripeteranno la prestazione vista stanotte ci vorrà ben altro che cuore e tifo per batterli!

Tutti a Gara 7

Orlando Magic vs Boston Celtics, Houston Rockets vs La Lakers: si va tutti a Gara 7. 

Dwight Howard impara la lezione, e si prende i tiri che aveva richiesto (23 punti + 22 rimbalzi) ritornando sui suoi livelli prestazionali dopo le frustrazioni di Gara 5, riuscendo così ad allungare la serie (75-83 Orlando il finale).
I Rockets, che senza Yao Ming avevano perso di 40 punti in Gara 5, hanno fatto il loro gioco in Gara 6, facendo forzare un sacco di tiri a Kobe, che per fare 32 punti ha dovuto tirare 27 volte (11/27 dal campo + 9/10 ai liberi), roba deleteria per i Lakers che infatti perdono 75-85. Nessuna capitolazione dunque per i texani che sono squadra dura e organizzata. In Gara 7 potrebbero fare lo scherzetto a Kobe&Co.
Il tutto per la gioia di Denver e Cleveland che avranno ancora più tempo per riposare e preparasi al meglio.

Questione di cuore

Lasciano perdere il riassunto della gara, Boston-Orlando di questa notte (ma anche dell'altra notte) ha svelato chi merita di passare il turno: Boston. 

Non lo dico perché hanno vinto, lo dico per come hanno vinto. 
Dovevano prenderle stando al primo turno, invece in due gare hanno ribaltato l'andamento della serie giocando col cuore, tirando fuori il meglio da tutti. 
Ieri ci hanno pensato due splendidi vecchiacci: Ray Allen (tripla decisiva a un minuto e spiccioli dalla fine) e Stephon Marbury (12 punti in 14 minuti). Da soli? Non scherziamo, i Celtics sono una squadra e allora ci aggiungiamo, a titolo di esempio, Big Baby con 22 punti, il capitano Paul Pierce con 19, Kendrik Perkins che mette solo 6 punti, ma se il suo rivale diretto, un certo Dwight Howard ne fa solo 12 il merito è in buona parte anche suo. 
Questi Celtics non sono per niente dominatori, sono mezzo acciaccati, senza KG e con Paul Pierce gioca i suoi peggiori playoff,  ma hanno un cuore grande così. 
Forse solo il Re potrebbe spezzarglielo.

Il quarto big

Se ne parlò tanto anche l'anno scorso, dopo che Boston vinse l'anello: solo e soltanto merito dei Big Three? No, merito anche di James Posey e di quello che doveva essere il punto debole del quintetto base, ovvero Rajon Rondo, che con la sua difesa asfissiante sulla palla e la sua corsa ha permesso di dare quel qualcosa in più che neppure Allen, Pierce e Garnett riuscivano a dare.

Quest'anno l'interrogativo neppure si potrebbe porre. Rondo è maturato ancora di più rispetto all'anno scorso, ha acquisito molta più sicurezza e fa molte meno stupidaggini rispetto all'anno passato. A dimostrazione di ciò possiamo portare le tre triple doppie fatte registrare in questi playoff. Non le hanno fatte LBJ o Jason Kidd (che nel 2002 ne registrò 4), gente abituata a frequentare questo tipo di statistiche, le ha fatte un giovanotto bistrattato e sottovalutato dai più agli inizi di carriera (e io mi iscrivo ai suoi detrattori), le ha fatte la vera guida di questi Celtics a cui anche i Big Three hanno scelto di dare le chiavi del gioco, dandogli un endovena di fiducia che lo ha fatto diventare uno dei leader della squadra.
Solo un altro giocatore prima di lui era riuscito a fare 3 triple doppie nella postseason. Si chiama Larry Bird. 
Stanotte ha contribuito a piegare i Magic con 15 punti 18 assist e 11 rimbalzi. Sono numeri da campione, che hanno permesso anche la prima vittoria dei Celtics in casa contro Orlando nei playoff: non era mai accaduto prima (l'ultima nel 1995, primo turno al meglio di cinque partite). Nella serie contro Chicago a fronteggiato lo spavaldo Derrik Rose in un duello fra point-guard epocale. Alla fine ne uscito vincitore.
Anche i più scettici si dovranno ricredere, da quest'anno è ufficiale, a Boston i big sono quattro.

Partite da storia, anche per la TV

Qualcuno dice che le partite dei playoff NBA sono noiose, troppa difesa, tante interruzioni poco spettacolo.

Forse a volte è vero, se si guarda il basket per vedere uno show, schiacciate impressionanti, giocate funamboliche allora si, le partite sono noiose, meglio vederne una che finisce al terzo quarto, con altri 12 minuti di spazzatura pura dove giocano quelli che saltano due metri e fanno schiacciate impressionanti ma che il basket non sanno dove sia di casa.
A volte invece un intera serie di playoff è bellissima e combattutissima. Come quella fra Boston e Chicago: record di ascolti per un primo turno di postseason: 6 milioni e passa di ascoltatori. A pagamento...
Una serie da storia dei playoff.

L'ultimo OT

Stanotte abbiamo visto che Ron Artest e Yao Ming hanno deciso che quest'anno il primo turno dei playoff per Houston non vuol dire eliminazione (con una manina che si agita facendo ciao ciao a T-Mac e alla sua sfiga contagiosa) e che Boston rimane una squadra affezionata alla Gara 7 nei turni di Conference: la serie coi Bulls si deciderà al Garden nell'ultima partita disponibile.
Visto che questa serie ha già stabilito il record di overtime per i playoff (7 dopo questa notte dove ne hanno giocato addirittura 3), non facciamo molta fatica a definire la prossima sfida un overtime, l'ultima speranza per entrambe le squadra e un peccato per noi amanti del basket perchè quella inscenata tra Bulls e Celtics è una delle più belle serie di playoff degli ultimi anni. Merito della squadra di Chicago che, stando ai pronostici, si sarebbe dovuta accontentare di vincere al massimo una partita e invece si è dimostrata squadra tostissima e con armi inaspettate, una in particolare, che si chiama Yoakim Noah, vero animale da playoff: non avrà la tecnica dei migliori ma si batte come un leone, e dal suo passato in NCAA sappiamo che è un vincente (Dan Peterson su di lui ci ha visto giusto da subito).
Sembrano i tempi di Larry Bird e Michael Jordan, senza che nessuno dei due sia in campo. Una serie emozionantissima, aspettiamo l'ultimo overtime per sapere come finirà.
Enjoy the game, ci sta tutto.

Attenzioni particolari

Tony Allen, guardia dei Celtics, non è ben voluto a Chicago ed è oggetto di attenzioni particolari, e non perché è l'avversario del momento, ma perchè a qualcuno sta proprio sulle scatole.
Talmente sulle scatole che è arrivato a minacciarlo di morte ripetutamente nell'ultimo periodo.
Per questo allo United Center ci sono attenzioni particolari per la sicurezza delle panchine e in particolare per quella del povero Tony, il quale sembra un po' esasperato dalla vicenda, dato che a riguardo se l'è presa coi giornalisti ("Cosa state scrivendo? Cosa state scrivendo?").
Speriamo che sia una farsa di qualche (pessimo) burlone, o altrimenti che tutto si risolva per il meglio.

Qualcosa è cambiato

Di questi tempi, l'anno scorso, c'era una squadra che vinceva tutte le partite in casa. Era Boston, imbattibile fra le mura amiche durante tutti gli scorsi playoff.
Quest'anno i Celtics hanno perso la prima gara dei playoff, in casa, contro i Bulls.
I Rockets faranno i playoff senza la loro mega stella, T-Mac, e hanno già dimostrato di poter fare un sacco di strada o almeno di superare, finalmente, il primo turno.
I Pistons le prendono dai Cavs, sono una squadra irriconoscibile; anche Denver è irriconoscibile, ma per gli opposti motivi: con Billups in cabina di regia si sono dovuti piegare anche gli Hornets di CP3, mattatore dei playoff 2007/2008.
I Mavs fanno secchi gli Spurs in trasferta, l'anno scorso non sarebbe mai capitato, sarebbe stata una serie da 4-0 secco.
Qualcosa è cambiato...

KG rischia tutti i playoff

Tegola pesantissima in probabile arrivo per i tifosi dei Celtics: Kevin Garnett potrebbe saltare non solo le prime partite dei playoff come preventivato, ma addirittura tutta la postseason.
A dirlo è Doc Rivers in un intervista rilasciata alla ESPN. Pessimismo allo stesso puro da parte del coach dei Celtics, che vede pochissime possibilità di riavere la sua stella arruolabile per i playoff.
Ray Allen ha detto: "Sono devastato da parte sua, questo è periodo che aspetti da tutto l'anno".
Il ginocchio di Garnett non sembra volerne sapere di recuperare: "ha fatto di tutto per riprendersi", "sono sorpreso, anche perchè nelle ultime settimane sembrava stesse andando tutto bene", ha detto Rivers, ma evidentemente il problema è serissimo; probabilmente è una scheggia nell'arto a creare l'insormontabile fastidio, quindi il prossimo passo potrebbe essere una operazione di pulizia.
A chiudere quasi tutte le questioni è il proprietario dei Celtics, Wyc Grousbeck: "Siamo sicuri che stia andando bene, contiamo di recuperarlo al 100%, però nel lungo periodo, per quanto concerne il breve periodo invece non abbiamo le stesse certezze".
In bocca al lupo KG!
Bellissime le parole del capitano, Paul Pierce: "Lui è il leader indiscusso del gruppo, ci aiuterà anche solo sedendosi in panchina".

Meglio senza KG

Mike Woodson, allenatore degli Hawks, ci va duro, la spara grossa e provoca: i Celtics sono migliori senza Kevin Garnett.
Questo è il succo delle sue dichiarazioni, "KG è solo un uomo da doppia doppia" " Penso che Big Baby e Perkins facciano un ottimo lavoro, hanno fatto in modo che non si sentisse la sua assenza, stanno facendo un eccellente lavoro".
Anche Josh Smith rischia grosso: "Penso che l'assenza di KG stia aiutando i Celtics", "Credo sia una specie di regalo per loro aver fuori causa KG così che questi ragazzi possano giocare", "Ho visto i Celtics giocare quest'anno e credo che Big Baby possa fare quello che ha fatto in questi giorni per tutta la stagione".
Non so voi, ma, pur considerando il grande apporto di Perkins e Davis in questa stagione, KG non lo scambierei mai per loro due. E' di un altro pianeta.

E anche Marbury atterra a Boston

E infine una delle telenovele più lunghe della storia della lega è giunta al termine: 

Stephon Marbury ha firmato coi Boston Celtics.
L'annuncio ufficiale è arrivato da poche ore, nonostante la destinazione di Starbury fosse chiara già da parecchio tempo. Il giocatore potrebbe essere in campo già stasera contro Indiana.

La storia fra Marbury e New York è (finalmente) finita!

Questa mattina New York ha ufficialmente e definitivamente rescisso il contratto di Stephon Marbury. Dopo lunghi mesi di trattative le due parti sono giunte finalmente a un accordo. Non ci sono state comunicazioni per quanto riguarda il risvolto economico, ma sicuramente la chiusura della vicenda fa bene a entrambi. New York si libera di un contrattone che pesava come un macigno sul salary cap e sulla possibilità di altri scambi, mentre Marbury entra sul mercato prima della fatidica data del primo marzo e con molta probabilità riuscirà a giocare la postseason (la firma coi Celtics a questo punto è davvero vicina).

Mikki Moore firma coi Celtics

Ed ecco che arriva l'ufficialità e si completa l'anomalo scambio a tre tra Toronto Sacramento e Boston. I Kings hanno rilasciato oggi Mikki Moore che ha immediatamente firmato il contratto coi Celtics.

Boston è da parecchio tempo alla caccia di qualcuno che aggiunga spessore al proprio frontcourt, dopo il rifiuto di P.J. Brown a giocare ancora una mezza stagione si sono avvicinati a Joe Smith e alla fine hanno trovato in Moore il candidato ideale.

Buon inserimento, visto anche il recente infortunio di KG, ma a Boston sembra ancora mancare qualcosa per raggiungere il livello dello scorso anno. Stanno ancora cercando di firmare qualche veterano per il backcourt, e Marbury continua a rimanere la scelta preferita, ma si deve fare in fretta, le liste per i playoff si chiudono il 1 marzo e quindi sarebbe inutile firmare qualcuno dopo quella data. Questo il motivo per cui Cassell non può rifirmare coi Celtics per la postseason,  può infatti tornare sul mercato solo dopo il 3 marzo, ma molto probabilmente annuncerà il proprio ritiro a breve (e magari firmerà come vice allenatore a Boston).

Ultima considerazione, Joe Smith a questo punto potrebbe ritornare ai Cavs, visto che Boston si è tolta dalla lista e OKC pare non interessata a tenerlo.

Manifesta superiorità

Adesso che sappiamo come è andata fra Cavs e Boston (98-83 per Cleveland), possiamo dire che, al momento, i Cavs sono superiori ai Celtics. Possiamo anche dire che LeBron James è superiore a qualsiasi giocatore sul pianeta e che le questioni sull'MVP sono già finite: è lui, già a gennaio.
Ok, i Celtics stanno attraversando il loro peggior momento da quando ci sono i Big Three e ad esser sinceri, non sono convinto che basteranno degli aggiusti in corsa (quali?), perchè la panchina è corta e di James Posey ce n'è solo uno in NBA e gioca a New Orleans quest'anno; manca anche un P.J. Brown, buono per i playoff ma non per il resto della stagione regolare (dove a mio parere si decideranno le sorti di questi Celtics, perchè è evidente che lontani da Boston renderanno pochissimo e potrebbero non andare più in la del secondo turno ai playoff), ma i Cavs hanno dimostrato la loro superiorità senza strafare e LeBron è stato fenomenale senza che abbia dato l'impressione di spingere al massimo.
Doc Rivers ha mostrato di non sapere che pesci pigliare, e la prova è l'arma dell' Hack-A-Ben a partita praticamente finita, che gli si è pure rivoltata contro con Big Ben che infila un paio di liberi e smuove ancora di più la felicità della Quicken Loans Arena, unica fortezza ancora intatta, che gode ancor di più della rivalità con gli odiati Celtics, umiliati dalla banda dei LeBroners (e lo dico senza accezione negativa).
Paul Pierce non ha visto il canestro marcato da LBJ, surclassato in tutto e per tutto dal 23 dei Cavs. Gli ha anche preso il numero di targa un paio di volte, giusto in tempo per vere il Prescelto mettere canestri meravigliosi in faccia a Garnett o Ray Allen. Il Capitano bianco-verde è stato annullato dal Re.
Tutto questo si traduce in una sola frase: "manifesta superiorità".